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venerdì 6 maggio 2016

Quarant'anni dopo

Il 6 maggio 1976, nella cittadina friulana di Casarsa della Delizia, era stata una giornata strana, uggiosa; il cielo era plumbeo, e i cani abbaiavano più del solito. In un appartamento al terzo piano di una palazzina la signora L., da poco entrata nel nono mese di gravidanza, dopo aver finito di cenare disse al marito e alla figlia di otto anni (ne avrebbe compiuti nove a luglio) «Mentre voi mangiate la frutta, io vado a stendere i panni», e scese al primo piano per stendere camiciole, ciripà e indumenti vari destinati alla creatura che doveva nascere. Dopo aver finito, al momento di chiudere la porta dello stanzone adibito al bucato, la signora sentì un boato fortissimo; poiché l'amministratore del condominio l'aveva informata dell'intasamento di una fogna che avrebbe dovuto essere disostruita mediante un compressore, lì per lì lei credette di aver appena udito appunto il rumore del compressore. Proprio quando si accingeva a chiamare l'ascensore per tornare a casa andò via la corrente, per questo dovette imboccare le scale. Salendo incontrò delle persone che scendevano di corsa, e le dicevano: «Dove va, signora, nelle sue condizioni?! Vada fuori di qui, che c'è il terremoto!». «Ma io devo tornare da mio marito e mia figlia», rispose lei. Rientrando in casa – nel frattempo era tornata la corrente – vide il marito che con tutta calma si stava mettendo la cravatta, e gli disse con voce concitata «Dobbiamo uscire, c'è il terremoto!». Lui però era convinto che quel boato fosse l'effetto dello scoppio di una polveriera ad Arzene, un paese poco lontano; certe cose le sapeva bene, perché era un militare del Genio di stanza nella locale caserma. A un certo punto pure lui si decise a scendere, e a quelli che incontrava ripeteva la sua ipotesi della polveriera esplosa, ma tutti strepitavano «Macché polveriera, è il terremoto!».
L'epicentro del terremoto, perché di questo si trattava, era situato ad appena 19 chilometri da Casarsa; nella cittadina però non fu registrato alcun danno, per via della natura del sottosuolo. Altrove, purtroppo, le cose non andarono così bene: oltre agli ingenti danni, ci furono quasi mille vittime.
Quella notte il signor L. dormì in casa, mentre sua moglie e sua figlia, non altrettanto sprezzanti del pericolo, si accamparono in macchina, una Fiat 1100 parcheggiata a debita distanza dagli edifici nell'eventualità di crolli; meno male che in quel periodo non faceva affatto freddo.
Quando ebbe il coraggio di rientrare in casa, la signora L. trovò molte cose fuori posto, svariati oggetti caduti, e i pesci rossi presi pochi giorni prima a una sagra erano passati a miglior vita.
Il telefono non funzionò per tre o quattro giorni. Quando finalmente la signora L. riuscì a mettersi in contatto con i suoi genitori residenti nelle Marche, che erano comprensibilmente preoccupatissimi, suo padre le disse «Cosa aspetta tuo marito a portarti qui da noi?! Se non ti accompagna lui, ti vengo a prendere io!». E il 12 maggio la signora raggiunse finalmente Fabriano, dove il 2 giugno avrebbe dato alla luce una bambina.
E niente... quella bambina ero io. :-)
A distanza di quarant'anni, l'esperienza del terremoto del Friuli è tuttora esemplare dal punto di vista della ricostruzione: la popolazione si rimboccò le maniche e seguì le direttive del presidente della Regione Antonio Comelli, il quale stabilì che andassero ricostruite «Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese». Ma ecco il vero motivo per cui tutto filò liscio... ;-)


(via Soppressatira)
[La prima pagina del Messaggero Veneto del 7 maggio 1976 è tratta da INGVterremoti]

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