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venerdì 4 luglio 2014

Addio a Giorgio Faletti

Si è spento questa mattina all'età di sessantatré anni Giorgio Faletti, poliedrico artista astigiano; Wikipedia lo definisce «scrittore, attore, cantante, paroliere, compositore, sceneggiatore, pittore, comico e pilota automobilistico»... ah, però! A me piace ricordarlo soprattutto nelle vesti di comico – quanto mi faceva ridere, da bambina... :-) – e di musicista: riascoltare Signor tenente, una commossa commemorazione degli agenti di scorta deceduti nelle stragi di Capaci e di via D'Amelio, è sempre emozionante, oggi come vent'anni fa quando vinse il Premio della Critica al Festival di Sanremo.

Come scrittore, invece, Faletti non mi diceva granché; di suo lessi solamente l'angosciante noir Io uccido, che come ho spiegato in tempi non sospetti qui non mi convinse. Ma il romanzo contiene parecchi frammenti che vale la pena di citare, e Wikiquote mi aiuta a selezionarne alcuni.
Nella vita ci sono cose che ti cerchi e altre che ti vengono a cercare. Non le hai scelte e nemmeno le vorresti, ma arrivano e dopo non sei più uguale. A quel punto le soluzioni sono due: o scappi cercando di lasciartele alle spalle o ti fermi e le affronti. Qualsiasi soluzione tu scelga ti cambia, e tu hai solo la possibilità di scegliere se in bene o in male.
Tutti siamo chiusi in una prigione. La mia me la sono costruita da solo, ma non per questo è più facile uscirne.
Non è vero che il destino è ineluttabile. Non è vero che si può essere solo spettatori dell'avvicendarsi del tempo e degli avvenimenti.
L'uomo pensa che le storie si ripetono all'infinito. A volte paiono concludersi e invece no, sono solo i protagonisti che si avvicendano. Gli attori cambiano ma i ruoli rimangono sempre gli stessi.
Non mi serve qualcuno che cerchi di parlare con me. Mi serve qualcuno che mi ascolti.
Di fronte a certi avvenimenti, l'unica cosa che il mondo desidera è dimenticare in fretta. A qualcuno spetta il compito di ricordare, perché non succedano di nuovo.
«Quando morirò vivrò nei miei romanzi», disse lo stesso Faletti in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera del 13 gennaio 2009... Aveva un che di profetico anche l'ultimo suo tweet, pubblicato appena ieri: «A volte immaginare la verità è molto peggio che sapere una brutta verità. La certezza può essere dolore....» (anche se da quel che ho capito dovrebbe trattarsi di una citazione del suo ultimo romanzo, Tre atti e due tempi). E nel mio infinitamente piccolo io, che non sono solita sfuggire le riflessioni cupe, mi sono chiesta: se per ipotesi dovessi andarmene domani e volessi lasciare una frase che rechi in sé almeno in minima parte il senso di quella che è stata la mia esistenza e che meriti di essere serbata nel cuore delle persone che mi hanno voluto bene... quale potrebbe essere? Gira che ti rigira, sto ancora brancolando nel buio in cerca di un'impossibile risposta... e l'unica timida certezza che ho la affido agli immortali versi del poeta Ugo Foscolo: «Sol chi non lascia eredità d'affetti / poca gioia ha dell'urna». Ecco la sola risposta che abbia davvero senso: se essere amati è così importante, anzi oserei dire vitale, tutti noi dovremmo impegnarci a coltivare le relazioni con chi ci ama davvero, così come siamo, senza sforzarci di cambiare fino a stravolgere la nostra natura, perché non è proprio il caso e non ne vale la pena...

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