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martedì 3 dicembre 2013

Il diritto alla felicità

In queste settimane l'associazione culturale Movimentazioni organizza l'iniziativa Cine y Tapas: aperitivo con visione di film in lingua originale spagnola con sottotitoli in italiano. Dopo essermi persa il 17 novembre scorso il primo film della rassegna, Arrugas, domenica scorsa c'ero anch'io, nella libreria Primo Moroni, a guardare Yo, también (qui il trailer). La pellicola è uscita nel 2009, ma per quanto ne so non è mai stata distribuita nel nostro Paese, se non in circuiti alquanto di nicchia, e neppure doppiata in italiano... e nel corso della visione mi è apparso abbastanza chiaro il perché: doppiando il protagonista, che in lingua originale si esprimeva in maniera pressoché "normale", si sarebbe corso il rischio di trasformarlo in una sorta di macchietta.
Per motivi tecnici anche i sottotitoli sono stati per quasi tutto il tempo in spagnolo, lingua che non ho mai studiato davvero... eppure sono riuscita lo stesso a seguire decentemente i dialoghi, nonché ad appassionarmi alla storia: quella del giovane sivigliano Daniel, il primo europeo a conseguire un titolo di studio universitario pur essendo affetto dalla sindrome di Down. Mi pare di capire che sotto questo aspetto la trama ricalchi la biografia di Pablo Pineda, l'attore debuttante che impersona Daniel e che è stato premiato più volte per la sua interpretazione. Nel film il protagonista comincia a lavorare nei servizi sociali, in ufficio conosce Laura (Lola Dueñas, interprete di svariati film di Pedro Almodóvar), una collega "con quarantasei cromosomi" dalla vita piuttosto tormentata, e se ne innamora. Il loro rapporto non nasce di certo sotto i migliori auspici, ma evolverà in maniera tale da arricchire l'esistenza di entrambi.
In questa vicenda sotto certi aspetti mi ci sono rivista anch'io, perché, pur essendo sana, qualche volta mi sono sentita rifiutata perché diversa: da quello che ci si aspettava che fossi in quella particolare situazione, s'intende. Ed oggi mi viene da pensare che amare apparentemente a senso unico ma con tutto il cuore e senza riserve, senza sapere se e fino a che punto i propri sentimenti sono ricambiati, a volte può dare una gioia davvero autentica e duratura. Non che questo sia il massimo a cui aspiro, chiaro... ;-)
Tornando al caso di Daniel, il film fa riflettere sul fatto che le persone disabili possono benissimo avere una sfera affettiva molto ricca, e che anche loro hanno tutto il diritto ad essere felici e a vivere una vita sentimentale appagante. Citando alcuni versi da Yo, también, il brano (un trascinante flamenco) del gruppo spagnolo La Casa Azul che costituisce il tema portante della colonna sonora del film, «Yo también / tengo sueños en mi corazón / Yo también / me enamoro sin explicación» («Anch'io / ho dei sogni nel mio cuore / Anch'io / mi innamoro senza spiegazioni»). Ma ho pure pensato, con una certa amarezza, che la stragrande maggioranza delle persone affette dalla sindrome di Down non può aspirare alle stesse opportunità di Daniel né di Pablo Pineda, il quale nella vita svolge attività formative basate sulla sua esperienza di disabile per rimuovere i pregiudizi e favorire la conoscenza e il rispetto delle differenze, ha anche pubblicato un libro e conduce un programma televisivo. Suppongo che esistano svariati fattori congeniti che hanno il loro peso nello sviluppo della persona, ma probabilmente conta parecchio anche l'educazione ricevuta: il fatto di venir sottoposti in continuazione fin dalla più tenera età a stimoli cognitivi e relazionali appropriati, anziché essere trattati sempre come degli incapaci oppure abbandonati un po' a sé stessi perché «tanto a cosa vuoi che serva», può fare la differenza.

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