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lunedì 29 maggio 2017

Ancora a proposito di fiducia tradita

Qualche mese fa sono rimasta molto colpita da un fatto di cronaca nera avvenuto nella mia regione di provenienza, l'Abruzzo: la quarantacinquenne Monia Di Domenico, che lavorava come psicologa nella casa di cura Villa Serena di Città Sant'Angelo, è stata uccisa a Francavilla al Mare dall'inquilino che occupava una casa di proprietà della donna, in seguito a una lite per il mancato pagamento dell'affitto. Mi sono commossa ancora di più quando ho letto questo articolo scritto da Barbara Orsini, che lavorava a Rete 8, la TV locale più seguita d'Abruzzo. La giornalista ha raccontato come, non appena è stata diffusa la notizia di quel delitto, sia stata incaricata di occuparsene. Ma soltanto in un un secondo momento, scoprendo l'identità della vittima, si è resa conto con sgomento che la donna ammazzata con tanta ferocia era una sua carissima amica, con la quale aveva condiviso tante risate e tanti momenti di complicità.
Stamattina, tramite il blog di Lilli Mandara, sono venuta a sapere che Barbara Orsini è stata licenziata da Rete 8 a causa di uno sfogo affidato a un messaggio audio WhatsApp inviato alla persona sbagliata, una collega che considerava un'amica e che invece non si è fatta scrupoli a "fare la spia" con i datori di lavoro. La vicenda mi viene naturale associarla a quella di Flavio Insinna, anche lui tradito da qualcuno con cui lavorava e che ha consegnato alla concorrenza registrazioni tali da svelare un lato dello showman parecchio diverso da quello affabile e pacioso ben noto al pubblico televisivo.
A proposito, nei giorni scorsi ho voluto farmi del male e mi sono vista tutti i servizi che Striscia la notizia aveva dedicato al "caso" fino a quel momento. In uno di questi venivano estrapolate alcune frasi dal libro autobiografico Neanche con un morso all'orecchio, nel quale Flavio Insinna ha raccontato a cuore aperto sé stesso e il modo in cui ha affrontato la malattia e la morte di suo padre, al quale era legatissimo. Nel capitolo Vedrai che andrà tutto bene lo stesso Insinna avrebbe ammesso di aver minacciato di morte l'infermiera che in nome del regolamento ospedaliero gli aveva impedito di restare al capezzale del padre morente; la stessa era stata presentata nel capitolo precedente, L'infermiera stronza, con queste parole: «Guarda e parla con l’inevitabile rabbia che hanno a volte in corpo le donne basse, bruttine e con gli occhiali». Ta-dan, gongolano quelli di Striscia: allora si vede che ce l'ha proprio con le donne di bassa statura, non solo con la "nana di m***a" della Valle d'Aosta! E addirittura l'ha malmenata e le ha detto «Io ti ammazzo»: istigazione al femminicidio, nientemeno!!!
Ebbene, dal capitolo incriminato emerge una realtà ben diversa: quelle minacce, quella violenza e quella rabbia – che io conosco bene, perché è la stessa rabbia che provai quando nel reparto dove era ricoverato mio padre, che esattamente due anni fa chiudeva gli occhi per sempre, mi sentii dire «In corsia può restare una sola persona» e io, che me ne stavo lì buona buona senza dar fastidio a nessuno, dovetti allontanarmi – hanno avuto luogo solo nella mente sconvolta dal dolore di Flavio, ma lui si è guardato bene dall'esternarle. Figuriamoci se quelli di Striscia potevano essere così corretti da riportare per intero il brano in questione, che inevitabilmente avrebbe inflitto un duro colpo alle loro tesi diffamatorie nei confronti di Insinna... per cui mi permetto di farlo io.
Sorrido, stacco la testa dal muro, guardo il soffitto. Penso a te che non ho potuto vedere... E se muori proprio questa notte? No, dài, ti prego... Il cigolio della grande porta di ferro è anche più brutto dei miei brutti pensieri. Mi giro di scatto. La bassetta stronza, con gli occhiali ma in abiti borghesi, va via con il suo passettino volitivo, con il passo corto di chi è brutto e ha pure le gambe corte. E quindi fa passi corti e nervosi. È nervosa perché vorrebbe essere alta e bella e fare passi lunghi. Ma non può. E non è stronza solo un po’, è stronza fino in fondo perché mamma la saluta e lei mugugna senza voltarsi una specie di striminzito “buonasera”. E allora scatto in piedi. Lei è già dentro l’ascensore. Scendo a piedi. Ma che sto facendo? Lei è fuori dall’ascensore, va verso il parcheggio. Io a piedi sempre dietro di lei. Arriva alla sua auto, apre lo sportello e non fa in tempo a salire, arrivo da dietro, la prendo per il collo e le sbatto la faccia contro la sua automobilina nuova nuova, comprata in sedici comode rate. Perde sangue dal naso, ma non è svenuta. La giro verso di me perché mi guardi dritto in faccia. “Oh, mi senti, mi senti? Allora senti bene brutta testa di cazzo, non ti azzardare mai più a lasciarmi fuori dalla stanza di mio padre. Il regolamento te lo ficchi dritto su per il culo e vedrai che provi anche un po’ di piacere. Mio padre sta male, hai capito? Sta male. Ce l’hai un padre? Ce l’hai avuto o ti hanno creato in laboratorio alla fine di un esperimento poco riuscito? Allora ce l’hai? Rispondi brutta nana stronza! Io sì e purtroppo è lì nel tuo reparto e fino a che vive lo voglio vedere tutti i secondi che mi sarà possibile. Quindi, fermo restando che il regolamento di cui sopra, rimane bellamente posizionato nel tuo culo, da domani io, mia madre e mia sorella entriamo e usciamo dalla stanza del mio papà come i tre moschettieri, e già che ci siamo, quando mia madre, che è una donna meravigliosa e nonostante la tua stronzaggine ti saluta, tu mi fai il cazzo del piacere di fermarti, di girarti e sorriderle anche se sei più brutta quando sorridi di quando sei seria e le rispondi ‘buonasera signora’. Hai capito tutto? È tutto chiaro Miss Regolamento di questa minchia? E se provi a denunciarmi io domani torno e ti ammazzo con le mie mani. E giuro che lo faccio. Tutto chiaro? Ora sali in macchina e vattene affanculo dove devi andare. E vacci piano che c’è traffico.”
“Flavio, Flavio...”
“Eh, mamma?”
“Che ti sei incantato, bello mio? Andiamo a casa che stasera sono tanto stanca.”
“Sì andiamo, mamma...” Mamma e Vale sono già in piedi. Mi alzo anche io e andiamo verso l’ascensore.
Sento Vale che mi fa: “A cosa stavi pensando?”.
“Ma no niente perché...”
“T’era venuta una faccia...”
Salgo in auto. Mamma e Vale nell’altra. La brutta stronza sarà già chissà dove con la sua macchinina nuova nuova comprata in sedici comode rate, soddisfatta per aver fatto rispettare anche oggi tutto il regolamento per filo e per segno. Mamma e Vale sono davanti a me nella vecchia automobile che papà ha regalato tanti anni fa a mia sorella e che quindi lei non venderà mai, proprio perché è un regalo di papà. Lo so, sono in silenzio. Io, invece, nella mia di auto parlo da solo a voce alta e penso che di questo passo diventerò definitivamente pazzo se addirittura mi ritrovo a fantasticare su infermiere stronze alle quali spaccare il setto nasale. Inchiodo. La luce della finestra di papà è accesa. La bilirubina che sale, il ferro che scende, l’emogas così così... Mi sembra di lasciarlo sulla luna. E noi che ce ne freghiamo e torniamo a casa. Se si potesse, dormirei per terra sotto il suo letto, come un cane da guardia. O in corridoio. Sto impazzendo. Se domani incontro di nuovo la bassetta stronza con gli occhiali le offro un caffè e provo a parlarle con calma. E poi le spacco il naso sul banco del bar. Parto sgommando. Resisti, papà. A domani.
Ed ecco un'altra frase tratta dallo stesso capitolo, della quale quelli di Striscia ovviamente hanno usato solo la parte che faceva comodo a loro per dimostrare che Insinna, essendo abituato a mentire per mestiere, non può essere credibile né affidabile.
Forza Flavio che lo sai fare, forza, sei addestrato a mentire, menti per mestiere, puoi farlo anche stasera per amore, no? Anche se ti viene da piangere. “Dài mamma, vedrai che andrà tutto bene.”
E niente, credo che il modus operandi di Antonio Ricci & company si commenti da sé. Per cui evito di sprecare altre parole...

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