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martedì 6 giugno 2017

Ebbene sì, pure Riina ha diritto a una morte dignitosa

Nel suo odierno Buongiorno, Mattia Feltri ha puntato il dito contro gli iscritti di Rousseau, la piattaforma internet dei cinque stelle, i quali sarebbero favorevoli a togliere la pensione ai condannati per mafia, terrorismo, traffico di stupefacenti e altri reati di rilievo. Probabilmente il Feltri junior l'articolo ce l'aveva già pronto come minimo da ieri... altrimenti chissà cos'avrebbe scritto riguardo alla notizia dello spiraglio aperto dalla Corte di Cassazione alla possibilità che al sanguinario boss mafioso Totò Riina, uno che sulla coscienza (ammesso che ne abbia una) si porta le stragi di Capaci e via D'Amelio e chissà quanto altro sangue più o meno innocente, venga concesso un differimento della pena oppure gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute, in nome del diritto a una morte dignitosa che il nostro ordinamento riconosce a qualsiasi detenuto. La mia prima reazione "di pancia" è stata: le sue vittime non l'hanno avuta di certo, una morte dignitosa! Mentre i più infervorati proseguono con: deve marcire in gattabuia fino a schiattare fra atroci sofferenze!
Però bisogna ricordare che l'articolo 27 comma 3 della nostra bellissima Costituzione, quella che spesso si tende a magnificare ma solo quando fa comodo, recita
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
e a sua volta si ricollega all'articolo 13 comma 4:
È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà.
La mia posizione al riguardo è espressa in breve da un tweet del giornalista Riccardo Bocca...


... e in maniera un po' più approfondita da un post del professor Guido Saraceni, uno che sarebbe un tantino azzardato accusare di non sapere cosa sia lo stato di diritto.
Premessa
Totò Riina ha ottantasei anni, una duplice neoplasia renale, una grave cardiopatia e una situazione neurologica altamente compromessa. Attualmente è detenuto a Parma ex art. 41 bis – cosiddetto “carcere duro”. È tornato recentemente alla ribalta delle cronache inragione di una sentenza della Corte di Cassazione che sta facendo molto discutere tutti.
Svolgimento
La prima considerazione da fare è che la Cassazione non “ha stabilito che anche Riina ha diritto a morire dignitosamente” perché non avrebbe avuto nessuna necessità di “stabilirlo”. La dignità del detenuto è un principio basilare del nostro ordinamento che trova espressione proprio negli articoli che hanno consentito al suo avvocato di chiedere il differimento della pena o in alternativa gli arresti domiciliari a causa di gravissime e conclamate condizioni di salute.
La seconda considerazione da fare è che la Cassazione non ha affatto “deciso” che Riina debba essere scarcerato, ma ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza di Bologna di motivare meglio e in maniera più specifica la decisione presa con una ordinanza dello scorso anno. Si tratta di una differenza sottile, ma importante. Pensate che beffa sarebbe, per l’Italia, se, a causa di questa vicenda, venissimo (nuovamente) condannati dalla Corte Europea Per I Diritti Dell’Uomo.
Conclusioni
Mi sento umanamente vicino a chi si lamenta perché “Riina non ha avuto alcuna pietà per le sue vittime”. Capisco umanamente chi vorrebbe che la giustizia fosse vendicativa e feroce. Ma lo Stato non è la mafia. Abbiamo codici e valori diversi. Spero quindi che il Tribunale di Sorveglianza valuti e motivi più specificamente, affinché anche un criminale come Totò Riina possa morire in maniera dignitosa, ricevendo tutte le cure di cui ha bisogno.
In carcere.
Il fatto è che in carcere non potrebbe godere della vicinanza dei suoi cari, e questo è disumano, obietterà qualcuno. A tal proposito su Spinoza è stato pubblicato un tweet abbastanza graffiante...


In conclusione, riacquisto una serietà più consona all'argomento linkando due post scritti da persone competenti: uno di Ettore Zanca – che riporta l'autorevole parere dell'avvocato Ennio Tinaglia – e uno di Fulvio Orlando.

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