L'altro giorno un mio "facciamico" ha pubblicato un post per protestare contro l'uso scorretto del "piuttosto che" al posto di "oppure" persino sulla carta stampata.
In occasione del quarantanovesimo compleanno di Alessandro Del Piero, un campione che rimarrà sempre nel cuore dei veri tifosi juventini per le sue doti umane oltre che per il suo talento calcistico, riporto il testo di un post pubblicato sulla pagina Facebook Calcio Totale.
"Del Piero è l'unico per cui avrei fatto follie. Dopo una sfida di Champions fra il Manchester e la Juventus in cui aveva fatto ammattire mezza difesa, Ryan Giggs e Gary Neville vennero da me e mi chiesero di acquistarlo a tutti i costi, perché uno così ci avrebbe fatto vincere tutto per decenni.
Così contattai la dirigenza bianconera e l'agente del ragazzo. Rifiutò ancor prima di ascoltare la mia proposta dicendomi che la Juventus era il miglior posto in cui stare e che anche se rispettava il Manchester United non avrebbe mai potuto tradire i colori bianconeri.
Peccato, perché non ho mai più visto uno come lui. Campione dentro e fuori dal campo, l'ho corteggiato anche nei giorni successivi alla vittoria dell'Italia al Mondiale.
In quel periodo su di lui c'era anche il Real Madrid e date le vicende che coinvolgevano la Juventus immaginai che fra noi dello United e i "galacticos" ci sarebbe stata un'asta per aggiudicarselo.
Così lo chiamai direttamente evitando di parlare con la Juventus: "Alex, vorrei averti allo United" gli dissi. "Sarai la stella della squadra e insieme vinceremo tutto. Non ascoltare il Real Madrid e vieni qui". Lui rise e rispose: "Mister, lei lo sa che non è cambiato niente da tanti anni fa. La Juventus è in difficoltà e ho il dovere di aiutarla. Non posso essere vigliacco". Pensai sarebbe stato inutile continuare, lo salutai e non lo risentii più.
Nel 2008, in occasione di un'amichevole, lo rividi e lui mi salutó con un abbraccio.
Non parlava bene inglese, ma si scusó per aver rifiutato l'offerta spiegando il perché lo aveva fatto. Gli misi una mano sulla spalla e lo rassicurai: "Volevi salvare la Juventus e ce l'hai fatta. Conta solo questo".
Quando qualcuno mi chiederà di menzionare il calciatore che ho sempre voluto e che non ho mai potuto allenare, io risponderò: Alessandro Del Piero".
[Sir Alex Ferguson]
Lo stesso aneddoto lo trovi qui, in inglese, pubblicato sul britannico The Mirror.
Stamattina andando al lavoro in macchina ho ascoltato il nuovo episodio di Morning, il podcast di Francesco Costa; la parte introduttiva, che stabilisce un nesso tra due questioni diverse – una notizia di attualità e un tema destinato a influire su una scala temporale assai più ampia – ma strettamente correlate, mi ha talmente colpita che ne riporto qui di seguito la trascrizione (fatta con l'aiuto dello strumento di digitazione vocale di Google Docs, che – note to self, visto che me lo scordo sempre – funziona solo con il browser Google Chrome).
Si è parlato parecchio ieri, sia sui social che tra i giornali e le agenzie e le dichiarazioni dei politici, del caso della bambina a cui il governo italiano ha dato la cittadinanza, bambina britannica molto malata che dovrebbe essere ricoverata nei prossimi giorni in Italia, ma uso il condizionale perché questa storia è ancora molto in divenire. La bambina, che si chiama Indi Gregory, ha otto mesi, è inglese, è affetta dalla sindrome da deplezione del DNA mitocondriale. È una malattia rara, per cui non esistono cure, che impedisce lo sviluppo dei tessuti, dei muscoli. Già oggi la bambina è tenuta in vita soltanto dalle macchine; la attende una vita molto breve, quindi, anche a prescindere dal ruolo delle macchine. Per questo, secondo quanto prevede la legge inglese, dopo commissioni di medici e relazioni che sono state eseguite, costruite, messe per iscritto, l'Alta Corte del Regno Unito ha stabilito, nell'interesse della bambina, che le macchine vadano spente. Non si tratta di una eutanasia, non si tratta del suicidio assistito, ovviamente: si tratta, per citare le parole di un anestesista intervistato oggi sul Corriere, di un cambio di sguardo sul bambino e sugli obiettivi di cura, rimodulandoli in chiave palliativa. Di fronte a una malattia non curabile è ragionevole pensare che un supporto vitale come la ventilazione non sia più proporzionato, e che come tale possa diventare clinicamente ed eticamente corretto sospenderlo.
I genitori non accettano questa decisione: si sono opposti con i mezzi legali a loro disposizione, inutilmente. Hanno cercato aiuto negli scorsi mesi, e lo hanno trovato in tutto quel mondo molto conservatore, molto religioso, a volte ampiamente fondamentalista, che si racconta come straordinariamente interessato alla protezione della vita. Potremmo dire già molte cose qui sul fatto che questo interesse per la protezione della vita si concentri soprattutto nei mesi che precedono quella nascita, e quindi in tutto quello che riguarda le gravidanze, negli ultimi mesi della vita, invece, quelli in cui si sta per morire, magari per ragioni di salute. Ci vorrebbe forse un po' più di impegno, un po' più di riequilibrio, ecco, sulle altre fasi della vita. E si concentra sulle vite di quelle persone che a causa di una patologia, come il caso di questa bambina, secondo natura – cito questa parola perché è un termine piuttosto abusato – non sono purtroppo nelle condizioni di sopravvivere, ma insomma... Trovano questo tipo di aiuto, e questo aiuto si traduce in un risultato concreto in Italia, dove questo mondo culturale-politico è rappresentato ai più alti livelli del parlamento, oltre che del governo, e quindi si arriva a quella scelta: dare la cittadinanza, organizzare un trasferimento di questa bambina di otto mesi che non respira, che è tenuta in vita dalle macchine, in aereo verso Roma all'ospedale Bambin Gesù dove possa essere ricoverata e... non si sa.
Sui giornali oggi ci sono diverse interviste ai genitori della bambina, che sono comprensibilmente straziati, e si attaccano a quella che loro stessi definiscono come una sorta di ultima speranza: sanno che non ci sono cure, sanno che la loro figlia morirà, dicono che esistono delle cure alternative, ma ammesso che queste cure alternative esistano – ed è un "ammesso" grande quanto una casa – l'ospedale Bambin Gesù di Roma, il governo, non hanno mai parlato di cure alternative a cui promettono di sottoporre questa bambina. Loro stessi dicono «C'è un caso di un bambino negli Stati Uniti che con questa stessa sindrome ha vissuto fino a nove anni». La famiglia Gregory a conferma, diciamo, di quale mondo politico-culturale esista dietro questa operazione, è rappresentata, scrive il Corriere, dall'ex senatore Simone Pillon, l'ex senatore noto per le sue posizioni che credo possano essere definite da fondamentalista. E la lettura di queste interviste mi sembra oggi manifestare, esporre anche in modo piuttosto chiaro, diretto, tutto il cinismo dietro questa operazione.
Ci sono anche dei precedenti simili, di storie simili; in uno di questi casi – ve lo raccontavo ieri – non si fece nemmeno in tempo a organizzare il trasferimento, perché il bambino morì prima di partire. Tanto che per questo, nonostante la scelta del governo italiano e l'invito a questa famiglia di venire in Italia, soltanto oggi alle 15, scrive il Corriere, l'Alta Corte del Regno Unito deciderà se autorizzare o no questo trasferimento a Roma. [Come riferisce Open, «Il giudice inglese Robert Peel ha deciso che il supporto che assicura la vita a Indi Gregory, la bambina di 8 mesi che soffre di una malattia mitocondriale degenerativa incurabile e cui il governo italiano ha concesso con procedura d’urgenza la cittadinanza, sarà rimosso nel pomeriggio di domani, giovedì 9 novembre. A partire dalle 14 di domani, le 15 in Italia, andranno dunque staccate le macchine: nell’ospedale di Nottingham dove la piccola è ricoverata o in un hospice. L’Alta Corte di Londra ha infatti anche stabilito che non è nell’interesse di Indi essere trasferita a casa, come chiedevano quanto meno i genitori. Tanto meno, dunque, un suo trasferimento in Italia», NdC] Questo per chi si fosse chiesto che cosa cambia la cittadinanza: non cambia niente, in sostanza. È un gesto politico, un gesto politico forte che permette all'Italia di avere più voce in capitolo, e ai genitori di avere più forza nelle carte quando chiedono il trasferimento in Italia, visto che la bambina a questo punto è italiana. Ma la bambina è una minorenne, e quindi è prevista da parte dello Stato in Regno Unito una tutela maggiore, speciale: non è che i genitori possono fare quello che vogliono dei minori, nel Regno Unito come in Italia.
E qui arriviamo al secondo punto di grande cinismo che è quest'obbrobrio della cittadinanza: per questa bambina non cambierà granché, purtroppo, morire da inglese o morire da italiana. Eppure, quando ho letto questa storia, mi sono immedesimato in una delle tantissime persone – parliamo di centinaia di migliaia di persone – che vivono in Italia da una vita, in qualche caso vivono in Italia da sempre, che parlano l'italiano e soltanto l'italiano, la cui cultura è la cultura italiana e solo quella italiana, che vanno a scuola in Italia, che esistono, che hanno un ruolo, che hanno un lavoro, che hanno un compito, che sono parte, insomma, della società italiana, e che italiane però non lo sono, non lo diventano, non lo possono diventare; se lo possono diventare devono aspettare di compiere 18 anni, e poi quanti altri anni di burocrazie assurde allo scopo di ottenere un foglio di carta decisivo che cambia tutto, ma che certifica quello che è già vero nei fatti.
Se uno non conoscesse benissimo tutto l'armamentario ideologico-politico dietro entrambi questi approcci, dietro l'approccio che porta a dire di una bambina di otto mesi malata terminale che non può essere salvata «Facciamo qualsiasi cosa pur di salvarla, perché così si vedrà che noi italiani teniamo alla vita» e l'approccio, dall'altra parte, che sta dietro il non intervenire, il non preoccuparsi dell'obbrobrio, dell'assurdità quotidiana che produce la legge italiana sulla cittadinanza... Ecco, se non conoscessimo bene tutto questo, e quindi tutto quello che sta dietro questi approcci, dovremmo quasi pensare che l'unico modo da stranieri per ottenere la cittadinanza in Italia è dare la garanzia di morire, e anche piuttosto in fretta.
Se non fossi stata impegnata a guidare, avrei davvero battuto le mani a questa chiusa così sferzante, per quanto estrema e paradossale.
Concludo riportando il testo del post scritto oggi dall'attivista e politico radicale Alessandro Capriccioli.
Invece del battito cardiaco di quelli che lasciate crepare in mezzo al mare sticazzi, ve’?
Uno dei miei sogni è trascorrere un po' di tempo in Scandinavia, quel tanto che basta per riuscire ad avvistare un'aurora boreale. Ebbene, magari lo spettacolo non sarà stato paragonabile, ma tra le 18 e le 19 di domenica sera è stato possibile vederne una addirittura dall'Italia... e io me la sono persa, mannaggia!!! (Comunque una mia "facciamica" astrofila assicura che a occhio nudo si è visto ben poco, perché quella particolare frequenza non è ben percepibile dall'occhio umano, mentre dalle fotocamere sì. Ah, ha tenuto a precisare che il fenomeno non c'entra niente con il cambiamento climatico, con buona pace degli pseudoscienziati che si sono scatenati per l'occasione)
L'evento è stato talmente memorabile per il nostro Paese che Astronomy Picture of the Day gli ha dedicato l'uscita di ieri, proponendo una foto scattata dalla (dolo)mitica astrofotografa Giorgia Hofer con il titolo Red Aurora over Italy (Aurora rossa sull'Italia).
Cos'era quel bagliore rosso all'orizzonte ieri sera? Un'aurora. Il nostro Sole insolitamente attivo pochi giorni fa ha prodotto un'esplosione superficiale che ha emesso una raffica di elettroni, protoni e nuclei carichi più massicci. Questa espulsione di massa coronale (CME, coronal mass ejection) ha innescato qui sulla Terra delle aurore che vengono segnalate insolitamente molto a sud nell'emisfero boreale. Ad esempio, questa è stata la prima volta che l'astrofotografa ha immortalato l'aurora dal suo paese natale, l'Italia. Inoltre, molte immagini di queste aurore appaiono di colore piuttosto rosso. Nell'immagine mostrata, la città di Comelico Superiore [in provincia di Belluno, NdC] nelle Alpi italiane è visibile in primo piano, con la fascia centrale della nostra galassia, la Via Lattea, che sorge in basso a sinistra. Quello che attira maggiormente l'attenzione, però, è l'aurora rossa brillante all'estrema destra. L'immagine mostrata rappresenta la composizione delle immagini in primo piano e sullo sfondo scattate consecutivamente con la stessa fotocamera e dalla stessa posizione.
Il giornalista e scrittore Corrado Augias, classe 1935, ha annunciato che lascerà la Rai, dove lavorava dal lontano 1960, e andrà a lavorare a La7 dove condurrà un programma settimanale in prima serata a partire dal 4 dicembre. Come ricorda Il Post, «Augias è solo l’ultimo dei diversi noti conduttori televisivi che negli ultimi mesi hanno lasciato la Rai da quando a maggio si è insediato il nuovo amministratore delegato, Roberto Sergio, scelto dal governo (il governo controlla indirettamente la Rai e ha grande influenza sui suoi palinsesti). Tra gli altri hanno lasciato la Rai Fabio Fazio, e le giornaliste Bianca Berlinguer e Lucia Annunziata». Mentre gente come Pino Insegno, er cocco da'a Meloni, non c'è verso di schiodarla da lì. E gli ascolti, oltre alla qualità del palinsesto, colano a picco...
Ad Aldo Cazzullo che sul Corrieregli ha chiesto le ragioni del suo addio a "mamma Rai", Augias ha risposto in modo assai eloquente: «Nessuno mi ha cacciato, ma nessuno mi ha trattenuto. A 88 anni e mezzo devo lavorare in posti e con persone che mi piacciono; e questa Rai non mi piace».
Sui social ho letto svariate critiche ad Augias, dalle più tenere del tipo «L'Italia non è un paese per giovani, non è ora che costui vada in pensione?» alle più acide del tipo «È un antipatico presuntuoso che non dice nulla di interessante, chi si crede di essere?». Ma per fortuna sono molti di più i commenti di apprezzamento e solidarietà, almeno nella mia "bolla".
Per quanto mi riguarda, siccome pago il canone, mi spiace davvero che la Rai si privi dell'ennesima figura di un certo spessore, ma sono contenta di poter continuare a seguire Augias semplicemente cambiando tasto del telecomando, e gli faccio i migliori auguri di lunga vita: trovo che si esprima con un buonsenso, un equilibrio e una lucidità tali da far invidia a colleghi ben più giovani. Esemplare questo suo intervento a diMartedì nel quale in meno di tre minuti ha sferrato colpi micidiali sia all'usanza di appendere il crocifisso al muro sia a Giorgia Meloni, la quale si affanna tanto a difendere la cosiddetta "famiglia tradizionale" senza neppure averne una.
Come avevo preannunciato giovedì scorso, oggi pomeriggio sono andata al cinema a vedere C'è ancora domani, il primo film da regista di Paola Cortellesi, la quale ne è anche la protagonista accanto a Valerio Mastandrea; i due ebbero una relazione anni fa, rimanendo in seguito in ottimi rapporti anche dopo essersi rifatti entrambi una vita in ambito sentimentale.
Il mio amore mi ha accompagnata senza fare tante storie, ma a un certo punto del primo tempo mi sono voltata verso di lui e l'ho sorpreso che si era appisolato: una cosa per me inconcepibile!!! :-O
Il trailer dà un'idea piuttosto esauriente delle tematiche trattate.
A me il film è piaciuto parecchio... comunque a differenza di un mio "facciamico" – il quale ne ha criticato l'approccio eccessivamente didascalico, riscattato però a suo dire da un bel finale – per quanto mi riguarda è stato proprio il finale a lasciarmi un po' perplessa.
Partiamo dal riassunto della trama che si trova su Wikipedia.
Roma, maggio 1946. Delia è sposata infelicemente con Ivano, le strade sono ancora pattugliate dagli angloamericani e l'Italia si prepara al referendum istituzionale e alla elezione dell'Assemblea Costituente del 2 e 3 giugno prossimi: le prime consultazioni nazionali alle quali potranno votare anche le donne. Delia si divide tra il suo ruolo di moglie maltrattata e umiliata, quello di madre di tre figli, facendo pure da infermiera al suocero e di lavorante saltuaria in vari negozi cittadini. La donna però ha anche qualche alleato in quella vita così dura: un meccanico che le vuole bene, un'amica spiritosa che la incoraggia e un soldato afroamericano che vorrebbe darle una mano. Un giorno, Delia riceve una misteriosa lettera che potrebbe dare una svolta alla sua vita.
Da qui in poi ci saranno SPOILER... per cui, se non hai ancora guardato il film e vuoi evitare di farti rovinare la visione, ti consiglio di interrompere qui la lettura del post, non senza averti prima chiesto il favore di tornare qui a finire di leggerlo e, se ti va, dirmi la tua nei commenti dopo che lo avrai visto.
Per tutto il film mi sono domandata cosa mai potesse esserci scritto di così importante su quella lettera che la protagonista ha letto – il fatto che sapesse leggere non era affatto scontato, considerato il contesto – con sguardo sognante e nascosto nel cassettino in cui teneva l'occorrente per il cucito, in seguito appallottolandola e gettandola nel cestino in preda alla disillusione, salvo poi recuperarla e stirarla accuratamente con le mani.
Alla fine il mistero viene svelato: altro non era se non era la tessera elettorale da presentare al seggio per poter votare in quello storico referendum, il primo aperto anche alle donne in Italia. Secondo Wikipedia «risultarono votanti circa 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini, pari complessivamente all'89,08% degli allora 28 005 449 aventi diritto al voto». Quella tessera Delia se la lascia inavvertitamente cadere dalla tasca uscendo di casa per recarsi al seggio, dopo aver fatto credere al marito che sta andando a lavorare. Ivano trova la tessera e, avendo capito cosa sta succedendo, si dirige furibondo al seggio con l'evidente intenzione di "farla pagare" alla moglie, ma per fortuna non riesce a trovarla subito tra la folla. Quando Marcella, la primogenita della coppia, in nome della cui felicità Delia ha fatto cose impensabili, trova a sua volta la tessera, corre anche lei al seggio per consegnarla alla madre e permetterle di votare.
Ora, per tutto il film Delia subisce le violenze e i soprusi di quel bruto di Ivano, ed è costretta a chiedegli permesso – senza peraltro ottenerlo sempre, anzi – qualunque cosa intenda fare al di fuori delle sue incombenze domestiche. Ma mi è sembrato poco credibile che la donna fosse così intimorita dalla reazione del marito da sentirsi costretta a recarsi alle urne addirittura di nascosto da lui, creandosi alibi e inventando scuse. Posso capire – pur non giustificandole di certo – le scenate di gelosia... ma quale torto avrebbe mai potuto fare a Ivano andando a votare? Tu cosa ne pensi?
Concludo con una piccola osservazione sul confronto fra passato e presente. Ottant'anni fa le donne erano tipicamente destinate a stare in casa ad accudire la prole, e quelle che riuscivano a sfuggire a tale destino rappresentavano eccezioni abbastanza rare. Nel 2023 per fortuna molte cose sono cambiate, e il fatto che una donna possa e voglia affermarsi anche professionalmente è ritenuto oramai del tutto normale... ma conciliare il lavoro con la maternità può essere ancor oggi un'utopia: quante donne sono costrette a lasciare il loro impiego per poter badare ai figli, dal momento che non sussistono i presupposti – orari di lavoro flessibili, disponibilità di asili di qualità a buon mercato, e chi più ne ha più ne metta – per conciliare le due cose?
Negli anni '90 il cabarettista Stefano Nosei ebbe un certo successo in televisione con le sue reinterpretazioni parodistiche di grandi successi della musica leggera italiana, che eseguiva accompagnandosi con la chitarra acustica; nel video qui sotto puoi goderti un saggio della sua bravura tratto da una puntata del Maurizio Costanzo Show.
(Non ci crederai, ma anche se so' passati trent'anni io quelle canzoni rivisitate me le ricordavo ancora quasi tutte. Ah, se solo la mia memoria funzionasse altrettanto bene con i concetti che mi servono quotidianamente...)
Solo di recente ho scoperto che Nosei aveva partecipato alla seconda edizione di The Voice Senior, lo spin-off del talent show The Voice of Italy riservato ai cantanti "over 60", in onda su Rai 1 a cavallo tra il 2021 e il 2022. Nel video qui sotto puoi vedere la sua "blind audition", ovvero la primissima esibizione in cui i coach inizialmente non possono vedere il concorrente essendo di spalle e, nel caso in cui più coach decidano di voltarsi verso di lui, in segno di approvazione per quello che hanno sentito, è il concorrente stesso a decidere a chi affidarsi.
Ebbene, nell'udire l'indubbio talento di Nosei tutti e quattro i coach, chi prima chi dopo, si sono voltati... ma lui ha scelto di entrare a far parte della squadra di Clementino, l'unico a non avere palesemente idea di chi fosse. Eppure il rapper avellinese è del 1982, non proprio un Gen Z! Purtroppo per Nosei la sua scelta non si è rivelata vincente, stando a quel che si evince dalla pagina Wikipedia...
P.S.: Il titolo del post allude a quello di un album dello stesso Nosei uscito nel 1993.
Tralasciando la sfera privata, la sottoscritta non è il tipo che dice tanto spesso parolacce, neppure in contesti informali; qualche volta mi è capitato, essendomene lasciata sfuggire qualcuna, di provocare una reazione di divertita sorpresa nei presenti, che evidentemente un lessico del genere non se lo sarebbero aspettato da parte mia. Le bestemmie, poi, per l'educazione che mi è stata inculcata mi dà fastidio persino udirle... e dire che non sono più cattolica praticante da anni, anzi.
Di recente sono venuta a conoscenza di uno studio accademico dedicato ai «più significativi e conosciuti effetti fisiologici, cognitivi, emotivi, analgesici(!) e sociali delle imprecazioni». Insomma, come ha titolato Il Post, le imprecazioni ci servono. Chissà se valgono pure gli incomprensibili – almeno spero che lo siano! – borbottii a mezza bocca che mi concedo tra me e me quando capita qualche grosso grattacapo in ufficio...
Di seguito riporto un paio di immagini a tema.
Non dubito affatto che quest'ultima sia veritiera, ma me ne dissocio almeno in parte, anche se le bestemmie sono censurate... Non c'è niente da fare, è più forte di me! ;-)
P.S.: Ho appena verificato che un post con questo stesso titolo l'avevo già pubblicato nel 2014 (che cosa mi era successo all'epoca? Beh, qualche disgraziato aveva rotto il finestrino della mia auto posteggiata in un parcheggio pubblico per fregarmi la borsa lasciata incautamente in bella vista sul sedile passeggero, soltanto il cellulare si era salvato perché ce lo avevo con me). E stavolta mettiamocelo, il link alla tonitruante interpretazione di Adriano Pappalardo! :-)
Dovremmo fare più cose da soli (da Il Post). Quando ero single non mi facevo problemi ad andare al cinema, a mangiar fuori, persino in vacanza da sola, se ne avevo voglia. Adesso che sono in coppia ci tengo a condividere il più possibile il (poco) tempo libero con il mio compagno, e ad esempio al cinema ci andiamo di rado perché a lui non piace granché... ma ho appena deciso che se lui non vuole venire a vedere il film della Cortellesi ci vado per conto mio! :-)
Solitudine da smart working, a soffrire sono soprattutto senior e membri della Gen Z (da Il Milanese Imbruttito), mentre io – sarà che faccio parte della cosiddetta Generazione X – non chiedo di meglio che di lavorare da casa, cosa che potrò fare domani. E pensare che i colleghi mi vanno tutti più o meno a genio, soprattutto da quando un paio di mesi fa se n'è andato quello a causa del quale lo scorso anno ho preso il COVID, e il cui antivaccinismo non era certo l'unico dei suoi difetti. Il problema è che quando lavoro da remoto "stacco" quasi sempre più tardi del dovuto perché tanto non devo fare un'ora di strada per tornare a casa visto che ci sto già, ma stavolta non potrò permettermi di tergiversare più di tanto, perché in serata devo portare l'auto dal meccanico che alle sette meno un quarto chiude bottega...
Oggi è la Giornata mondiale vegan (World Vegan Day). A differenza dei vegetariani, che escludono dalla propria dieta la carne e il pesce, i vegani si astengono completamente da tutti gli alimenti di origine animale, quindi non mangiano neanche le uova, il latte e i suoi derivati e il miele. Io ammiro sinceramente coloro che hanno fatto questa scelta alimentare per ragioni etiche e riescono a portarla avanti nonostante tutte le difficoltà del caso, e mi piacerebbe seguire almeno in parte il loro esempio diventando vegetariana, ma per poterlo fare avrei bisogno di mettere a punto un piano alimentare equilibrato tale da assicurarmi gli stessi principi nutritivi che attualmente assumo mangiando carne e pesce. Per il momento riporto qui di seguito, sperando che alla lunga mi sia di ispirazione per un cambiamento concreto, un video nel quale la compianta astrofisica Margherita Hack spiegava il suo essere vegetariana...
... e la relativa trascrizione.
Beh, io sono vegetariana fin dalla nascita, quindi non ho alcun merito in questa scelta, però direi che sono l'evidente prova che si possa crescere anche senza le proteine animali: infatti ho fatto atletica, ho vinto due campionati universitari, sono stata terza a due campionati assoluti, a ottant'anni ho fatto la Trieste-Grado in bicicletta e ritorno, son cento chilometri... quindi si può vivere benissimo senza la carne. [Faccio notare che è vissuta fino alla veneranda età di novantuno anni, NdC] E io credo che si dovrebbe portare i ragazzi, i bambini delle scuole elementari con le loro famiglie a visitare gli allevamenti intensivi, a visitare i macelli; forse questo sarebbe il mezzo più efficace per prendere in orrore la carne. Noi ci domandiamo se gli animali hanno una coscienza, ma io mi domanderei: noi abbiamo una coscienza, quando sopportiamo le atrocità di questi lager che sono gli allevamenti intensivi, dei macelli?, che una volta erano in città, ora li hanno portati ben lontani dalle città, che non si veda! I bambini conoscono la carne solo sotto forma di quei begli involtini nel cellophane che si trovano al supermarket, e non hanno idea delle sofferenze atroci di cui bene ha parlato il ministro Brambilla: sono cose atroci, inimmaginabili! E noi siamo animali, noi siamo animali come loro: noi facciamo parte della specie dei primati. Immaginiamoci uno dei nostri bambini, appena nato, tolto alla madre, chiuso in una gabbia, legato, rimpinzato di mangiare perché cresca in fretta, perché ingrassi in fretta. È questo quello che succede ai vitelli, quello che succede ai maialini. Son cose atroci! E d'altra parte il nostro pianeta risente di questa atrocità, perché è noto che gli allevamenti intensivi sono una delle cause maggiori dell'inquinamento del pianeta, oltre al consumo delle risorse, risorse che il 20% dell'umanità, quella ricca, quella del primo mondo, consuma l'80% delle risorse. Quindi anche dal punto di vista della fratellanza con gli altri esseri come noi, animali che ci consideriamo diversi dagli altri animali, anche da questo punto di vista noi sperperiamo un bene che è di tutti. Quando con la pesca a strascico si distrugge quintali e quintali di pesce che si butta via per utilizzare qualche chilo di pesce pregiato. Fra qualche anno si prevede che i nostri mari, i nostri oceani saranno vuoti, e questa sarà la giusta punizione che ci meritiamo per tutta... [Smette di parlare perché palesemente le si spezza la voce in gola per l'emozione, NdC]