domenica 21 ottobre 2007

La lingua dei nostri padri

Ecco un nuovo capitolo de Il fu Mattia Pasqual dedicato ad una delle materie più ostiche, dopo la Matematica: il Latino.


Se questo era il modo in cui veniva trattata la nostra lingua madre, figuriamoci cosa poteva succedere quando si affrontava una lingua morta e sepolta come il latino... Effettivamente si è scoperto che «Bellum Gallicum» vuol dire «bel gallo», «Bellum Iugurthinum» diventa «la bella Giugurtina» e «memento mori» significa «il momento delle more» (che non è il seguito de Il tempo delle mele). Come già successo in francese, un uso inappropriato del vocabolario poteva portare a risultati sconcertanti, come quando la frase «In tanta caligine maior erat usus aurium quam oculorum» fu tradotta «In una tale oscurità era maggiore l'uso degli ori che delle ricchezze». Inoltre, quando ad un mio compagno fu chiesto «Come si dice chiedere in latino?», lui rispose «I would like».
Non andava molto meglio quando dalle versioni si passava allo studio degli scrittori dell'antica Roma: spuntavano fuori versi chiamati «esametri sporadici» (spondaici), si sentiva dire che «il personaggio più importante delle Tusculanae disputationes è Tusculo», e qualcuno commentava che «i poeti del circolo di Messalla preferivano trascorrere la serata con una ragazza che impegnarsi politicamente». Mica scemi, quelli. Ma noi studenti in lotta con le lettere classiche ci siamo sentiti un po' meno negati quando una nostra professoressa, volendo fare sfoggio del suo latinorum, ha rielaborato a modo suo alcuni famosi proverbi e detti latini: «Dura lex, fiat lex» (Dura lex, sed lex), «Ipse dicti» (Ipse dixit), «Dada tracta est» (Alea iacta est).

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