giovedì 26 aprile 2018

Cibi che fanno bene (?)

Mia madre, che a differenza della sottoscritta ha il televisore acceso dalla mattina alla sera, parlandomi del programma Buono a sapersi condotto da Elisa Isoardi, mi ha riferito che ciascuna puntata è dedicata a un alimento specifico e ai suoi effetti benefici. Ho verificato su RaiPlay: limitandomi alle ultime tre puntate andate in onda, pare che la rucola possa aiutare a combattere i crampi notturni, la carne di agnello torni utile in caso di pericardite e le torte rustiche fatte con la farina integrale siano utili contro la pesantezza allo stomaco. Siccome ho interrotto la visione dopo l'annuncio iniziale, non ho idea di come sia stato sviluppato l'argomento in seguito... ma mi è venuto spontaneo ricollegare tutto questo al video che "il nostro amichevole chimico di quartiere" Dario Bressanini ha pubblicato il 9 aprile scorso nel canale YouTube che porta il suo nome (di recente ho scoperto che ne ha aperto anche un altro di appoggio, che si chiama Scienza in Cucina come il suo blog ospitato nel sito de Le Scienze).


Riporto qui di seguito un ampio estratto della trascrizione corredato dagli opportuni link (solamente dopo averlo preparato ho scoperto che nel 2013 Bressanini aveva già pubblicato un post al riguardo).
Quante volte avete letto «Mangiare il cibo tale previene la patologia X», o viceversa «Il consumo dell'alimento X è associato alla patologia Y»? Beh, io tutti i giorni leggo notizie di questo genere. Come dobbiamo interpretarle? Purtroppo, andando a leggere magari gli articoli originali, si scopre che semplicemente è stata scoperta una correlazione. [...]
Per esempio, in Francia è noto che fanno un gran consumo di formaggi, mentre negli Stati Uniti il consumo di formaggio è molto molto inferiore. D'altra parte in Francia l'incidenza delle malattie cardiovascolari è inferiore che negli Stati Uniti. In più in Francia consumano molto più vino che non negli Stati Uniti. Questo significa che mangiare formaggio e vino previene l'infarto?
Non passa giorno senza che io lega titoli tipo «La menta fa dimagrire», oppure «Il tè verde previene l'invecchiamento», o ancora «Il limone previene l'insorgenza dei tumori». Che valore dare a queste notizie? Beh io personalmente ZERO, a meno che ci siano altre e robuste evidenze che ci sia un qualche rapporto di causa ed effetto tra il consumo di quegli alimenti e le presunte proprietà.
Nel 2012 una prestigiosa rivista scientifica, il New England Journal of Medicine, ha pubblicato un articolo dal titolo «Consumo di cioccolato, funzioni cognitive e premi Nobel». L'autore confronta il consumo di cioccolato pro capite in varie nazioni del mondo con il numero di premi Nobel vinti da cittadini di quelle nazioni diviso per 10 milioni di abitanti; questo per poter confrontare nazioni con pochi abitanti con nazioni che ne hanno molti di più. Beh, quello che l'autore trova è che c'è una correlazione lineare molto forte tra il consumo di cioccolato e il numero di premi Nobel vinti in quella nazione normalizzato per il numero di abitanti. Dal grafico si vede immediatamente come più in un Paese si consuma cioccolato e più è alto il numero di premi Nobel vinti da quel Paese. Come mai? Beh, ovvio! Il cioccolato contiene dei flavonoidi; questi sono un gruppo di sostanze che sono coinvolte nelle funzionalità cognitive. È stata dimostrata la loro capacità di migliorare le funzioni cognitive, per esempio negli anziani. In particolare uno studio sui flavonoli, che sono una sottofamiglia dei flavonoidi presenti nel vino rosso, nel cacao e così via, ha mostrato che chi assumeva dosi medio-alte di flavonoli nel cacao mostrava in genere performance migliori in termini di funzionalità cerebrale, memoria a breve termine e a lungo termine, velocità di pensiero, capacità cognitive complessive rispetto a chi ne consumava meno. Quindi lo studio pubblicato sulla rivista partiva dall'ipotesi che, poiché noi non abbiamo dati sulle capacità cognitive delle varie persone nei vari Paesi del mondo, un buon sostituto potrebbe essere il numero di premi Nobel vinti in quella nazione. Ed ecco quindi il grafico che vi ho fatto vedere. È ovvio dal grafico che il cioccolato fa diventare più intelligenti, perché se aumenta il consumo di cioccolato aumentano i premi Nobel vinti da una nazione. Guardate la Svizzera: ha il numero più alto di premi Nobel, e guarda caso ha il consumo più alto di cioccolato. [...]
Quell'articolo, basato su dati assolutamente reali, è volutamente umoristico e provocatorio e serve per mettere in luce alcuni degli errori che comunemente vengono compiuti in questo campo. Ve ne illustro due, perché sono comuni a tantissimi altri studi riportati dalla stampa.
Il primo è quello di trarre delle conclusioni sui singoli, cioè i vincitori dei premi Nobel, basandosi su dati aggregati, in questo caso il consumo medio pro capite all'interno di una nazione. È quello che si chiama fallacia ecologica o distorsione ecologica. Noi in realtà non sappiamo quali siano stati i consumi alimentari di tutti quelli che hanno vinto il premio Nobel, e non siamo assolutamente autorizzati a immaginarceli solamente prendendo dei dati aggregati medi di una popolazione. Per quel che ne sappiamo potrebbero addirittura mangiarne di meno della media della popolazione. Quindi il confronto è sbagliato in partenza. Noi non possiamo dedurre nulla sul comportamento, sulle proprietà, sulle caratteristiche dei singoli basandosi solamente sui dati generali medi. [...]
Il secondo errore, purtroppo molto diffuso, è che una relazione di correlazione, cioè ancora una volta se aumenta una certa variabile ne aumenta anche un'altra, cioè se aumenta il consumo di cioccolato allora aumenta il numero di premi Nobel, non significa affatto un rapporto di causa-effetto. Cioè noi non siamo autorizzati ad affermare che una cosa causa l'altra. [...]
Certamente, se due fenomeni sono collegati, io posso trovare una correlazione tra questi due fenomeni. Ma la correlazione si può anche manifestare se c'è per esempio una causa comune ai due fenomeni, magari anche molto lontana.
Nella discussione pubblica che è avvenuta dopo la pubblicazione dell'articolo sul New England Journal of Medicine sono apparsi altri articoli, come normalmente accade in una discussione scientifica. In particolare ne è apparso uno che mostra come ci sia una correlazione ancora più forte tra il numero di premi Nobel vinti e il numero di negozi dell'IKEA presenti in quel Paese. Ora possiamo fare delle ipotesi. Per esempio, magari l'IKEA apre i suoi negozi in Paesi dove prevalentemente le persone sono più intelligenti, altrimenti non riuscirebbero a montare i suoi mobili. Oppure, al contrario, lo sforzo cognitivo cerebrale per montare una poltrona POÄNG o una libreria BILLY sono talmente elevati da allenarci e da aumentare le nostre facoltà cognitive. Quindi in questo senso è l'IKEA a generare premi Nobel. Nessuno ci crede, ovviamente. E l'articolo correttamente riporta anche una correlazione tra il prodotto interno lordo e i premi Nobel vinti, e tra il prodotto interno lordo e il consumo di cioccolato, e tra il prodotto interno lordo e il numero di negozi IKEA. L'ipotesi più sensata è che il consumo di cioccolato, che è un prodotto costoso, così come l'apertura di negozi dell'IKEA, siano in qualche modo una misura della ricchezza di un Paese, e se un Paese è ricco è probabile che investa di più anche nell'istruzione superiore, nelle scuole, nella ricerca, nell'università, aumentando quindi le probabilità di vincere un premio Nobel. Facciano gli spettatori delle ipotesi sulla situazione italiana. Quindi probabilmente esiste un'origine comune, la ricchezza di un Paese, che lega in qualche maniera, ma non in una relazione di causa ed effetto, il consumo di cioccolato e il numero di premi Nobel vinti.
[...] questo genere di correlazioni sono all'ordine del giorno se si parla di salute, di nutrizione, di alimenti e di benessere. E non ci sembrano strane, perché l'essere umano è programmato per cercare delle cause, per andare a trovarle anche se queste non ci sono. Noi non accettiamo la casualità. È il meccanismo psicologico che sta alla base, per esempio, della trasformazione di coincidenze in superstizioni. Se poi a parlare di queste cose sono delle figure professionali, come medici, dietisti, nutrizionisti e così via, beh, automaticamente ci fidiamo molto di più di loro, e quindi abbassiamo le difese del senso critico. [...]
Una correlazione può anche scaturire in modo completamente casuale dall'analisi di tantissimi dati, senza che ci sia veramente una causa comune.
Qualche esempio: numero di casi di autismo e consumo di prodotti biologici, quota di mercato di Internet Explorer come browser e numero di omicidi negli Stati Uniti, numero di pirati e riscaldamento globale (in quest'ultimo caso la correlazione è negativa). Il sito Spurious Correlations raccoglie questo genere di correlazioni spurie tanto divertenti quanto prive di senso.
Ma allora, mi potreste chiedere, tutte queste correlazioni sono da buttare: a che servono questi studi? Beh, servono prima di tutto a verificare quando una correlazione non c'è, e poi servono soprattutto per generare delle ipotesi, suggerire delle possibili relazioni di causa ed effetto, e quindi suggerire nuovi esperimenti, nuovi studi, suggerire magari un meccanismo biologico che leghi le due cose. Questo è successo, per esempio, tra il fumo e il cancro ai polmoni, ma una correlazione da sola in un campo come la nutrizione, gli alimenti, dove gli esperimenti controllati affidabili sono molto molto difficili da fare, beh, non vale nulla e quindi è da prendere molto molto con le pinze.

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