sabato 28 maggio 2022

Enjoy the silence

Ieri, dopo aver appreso la notizia dell'improvvisa scomparsa di Andrew Fletcher, tastierista nonché membro fondatore dei Depeche Mode, ho voluto riascoltare Enjoy The Silence, il brano che preferisco in assoluto nel repertorio del gruppo musicale britannico (repertorio che peraltro conosco relativamente poco... e oggi grazie a Spotify ho iniziato a colmare questa lacuna).

Nel testo spiccano dei versi che, essendo io una persona dall'indole abbastanza taciturna (qualcuno direbbe fin troppo!), trovo particolarmente congeniali; ne riporto qui di seguito la traduzione.

Tutto ciò che ho sempre voluto
Tutto ciò di cui ho sempre avuto bisogno
È qui nelle mie braccia
Le parole sono davvero superflue
Possono solo fare male

Per restare in argomento, il caso ha voluto che stamattina io abbia letto il post pubblicato da Vera Gheno all'indomani della sua partecipazione a una delle serate di "Incontri", il festival per i quarant'anni di VIDAS - Assistenza ai Malati inguaribili. La mia sociolinguista prediletta ha avuto dieci minuti per parlare della parola SILENZIO, e questo è il testo che ha composto e letto.

Un bel tacer non fu mai scritto.
Il silenzio è d’oro.
Più facile trovar dolce l'assenzio, che in mezzo a poche donne un gran silenzio - Ah, la saggezza degli antichi!
Esistono moltissimi proverbi e modi di dire sul silenzio, un argomento sul quale sono state scritte migliaia di pagine.
Abbiamo, di questo concetto, una percezione collettiva, sociale, culturale.
Sono molte le situazioni nelle quali è prescritto che si taccia: quando parla qualcuno di potente, per esempio. A lezione, o in chiesa, o nella carrozza silenzio dei treni. C’è il silenzio del rispetto, quello del lutto, quello della contemplazione mistica. I monaci fanno voto di silenzio in modo da potersi dedicare a Dio, alla preghiera, al lavoro. Consegnano al Supremo la proprietà che ci rende umani, ossia la parola.
Contemporaneamente, "silenzio" indica qualcosa di leggermente diverso per ogni persona: c'è a chi provoca disagio il solo pensarci, c'è chi invece lo vede come qualcosa verso cui tendere. E a livello personale, quanti silenzi conosciamo? C’è quello della colpevolezza, quello dell’imbarazzo, quello dell’omertà, quello dell’ignoranza. Ma c’è anche quello della complicità, dell’amore, dell’ascolto, del pensiero (che non si può realizzare se non gli si dà spazio, per l’appunto, con il silenzio).
Che ci fa una linguista, una che lavora con le parole, a parlare di silenzio? Semplice: la comunicazione non può che essere un ricamo fatto di pieni e vuoti, di parole e di silenzi. Le prime e i secondi acquisiscono reciprocamente forza e significato. Scrive un grande sociolinguista, Giorgio Cardona:
"Questo non significa che tutto debba essere detto, che non ci siano argomenti su cui non è permesso parlare, che il silenzio non possa esso stesso significare; ma tutte queste bolle di interdizione, di divieto della parola in tanto sono possibili in quanto sono circondate dalla parola che nel delimitarne i contorni li modella e rende parlante anche il vuoto".
Quando la fantasmagoria di parole, tanto per citare Calvino, è esagerata, le parole si sciolgono e si confondono le une con le altre: si smarginano. Il pensiero si fa confuso, e la maggior parte di ciò che viene detto semplicemente non ha la forza icastica di rimanerci in testa. Il silenzio serve per permettere a ogni parola di incidersi più chiaramente nella mente, di estrinsecare il suo potere. Se mancano i silenzi, il disegno diventa caotico, difficile da seguire, faticoso. Dunque, una comunicazione che funzioni sfrutta i pieni e i vuoti in maniera intelligente e ponderata.
Il silenzio viene troppo spesso confuso con assenza di comunicazione; è, invece, un mezzo potentissimo per dire non dicendo, per manifestare vicinanza o lontananza, per creare o distruggere. Tutto dipende, in buona sostanza, dalla volontà di chi vi fa ricorso. Pensate a Whatsapp, a quando la spunta blu ci dice che l’altra persona ha visualizzato, ma non sta rispondendo. Quel silenzio è un silenzio carico di – presunti – significati. Se dall’altra parte c’è l’amato, a me càpita di nascere e morire cento volte in attesa di una sua risposta, trepidante e preoccupata, sospesa nell’incertezza come il gatto di Schrödinger.
Magari lui si stava semplicemente facendo la doccia... Ma nella nostra testa il silenzio dà origine a mille storie: le fa germogliare, talvolta in maniera incontrollata. Forse è per questo che la nostra civiltà sembra temere il silenzio, come se fosse quasi troppo pesante da sopportare: fateci caso, ogni momento è tendenzialmente riempito di musica, rumore, parole, chiacchiericcio, cicaleccio, confusione, jingle, qualsiasi cosa, l’importante è che non ci sia silenzio.
Una forma di silenzio particolarmente sadico è quella del ghosting: l’altra persona semplicemente scompare, senza spiegazioni, lasciandoti appeso alla speranza che sia solo una svista, che poi si rifaccia viva…
In una bella serie televisiva, Sex Education, uno dei personaggi dall’arco narrativo più bello, Adam, che è noto per essere il bullo della scuola, il Franti della situazione, confessa a un suo amico: io spesso vorrei dire delle cose, ma non ho le parole per farlo. E quindi meno, uso le mani. Il silenzio fragoroso dovuto alla mancanza di parole viene riempito con il rumore degli schiaffi che tiro alle persone più deboli di me.
Dunque, il silenzio è davvero tante cose diverse. Per me, il silenzio più bello di tutti rimane quello dell’intimità con la persona amata, quando si sta bene insieme anche senza dire niente, sentendosi in sintonia così, per semplice vicinanza. Forse per lo stesso motivo, per la grande importanza che do al silenzio, non sopporto il cosiddetto small talk. Non sono capace di chiacchierare a vuoto, del più e del meno. Ma se non riusciamo a stare vicini in silenzio, forse… non dovremmo stare vicini.
Cerchiamo di dare alla mancanza di parole il giusto peso. Per esempio, a volte occorre stare vicino a una persona che sta male semplicemente ascoltandola, attendendo i suoi tempi, senza forzare su di lei le nostre parole. Impariamo a capire quanto valgano le parole, e quanto valgano i silenzi, e a dosare entrambi.
A volte, il modo migliore per dire qualcosa è non dire proprio niente.

P.S.: A proposito di Spotify, utilizzo ormai da tempo la versione Free, perché dal mio punto di vista non vale la pena di pagare per risparmiarsi delle limitazioni tutto sommato di modesta entità (e poi coi podcast, che ultimamente ascolto di più rispetto alla musica, non ci sono particolari restrizioni). A un certo punto, durante la riproduzione della playlist dedicata ai Depeche Mode, partono delle note inconfondibili. È il momento dell'interruzione pubblicitaria, mi sono detta. E invece no, era proprio Just Can't Get Enough eseguita dai "Depeche". Subito dopo, però, i "consigli per gli acquisti" sono arrivati sul serio; guarda caso lo spot di Sky, che ha come jingle giustappunto il brano in questione. E mi è venuto in mente che doveva esserci qualche musicista famoso, non ricordo chi, che si è sempre rifiutato di concedere i diritti dei suoi brani per finalità commerciali. Come biasimarlo?, ho pensato.

Nessun commento:

Posta un commento